LA PSICANALISI SECONDO
SCIACCHITANO

"TU PUOI SAPERE
INSIEME A QUALCUN ALTRO"
creata il 30 ottobre 2007 modificata il 12 gennaio 2012

 

 

Vieni dalla pagina "Morale del sito" o dalla pagina di "Discussione sullo stato del legame sociale tra analisti".

Sei in "Legame sociale degli analisti".

A chi non abbia una solida esperienza di psicanalisi, in particolare un'esperienza acquisita fuori dai noti orticelli psicanalitici, può sembrare strano il salto da una pagina "morale" a una pagina "sociale".

In realtà, il filosofo non dovrebbe fare fatica a comprendere la cosa. Se non ci fossero gli altri, non ci sarebbe bisogno di etica. L'etica ha senso solo all'interno di un legame sociale. Il fondatore del liberalismo, Adam Smith fece precedere il proprio capolavoro, il Saggio sulla ricchezza delle nazioni (1776), da un trattato intitolato Teoria dei sentimenti morali (1759), che concepiva l'etica come fatto relativo agli scambi interumani. Probabilmente pensare all'etica in termini categorici (categorical), fondamentalmente prescientifici, ci ha fatto perdere di vista la dimensione sociale della morale. Con Kant and Company il pensiero morale filosofico ha preteso escogitare una morale astrattamente universale, per lo più individualistica, e ha perso di vista la morale locale, valida par provision qui e ora in questo particolare contesto sociale, dove i soggetti interagiscono in un certo modo. Prima di pensare alla morale, bisogna dunque pensare al legame sociale dove si realizza.

Quale legame sociale, allora, si può pensare in contesto psicanalitico?

Dipende dall'etica adottata. Può sembrare un circolo vizioso: dall'etica al legame, dal legame all'etica. Etica e legame sono stati sovrapposti, come gli stati di spin di un elettrone quantistico o come la figura/sfondo in certe presentazioni ambigue. Le presentazioni sono entrambe "figura" ed entrambi "sfondo", ma fissando la presentazione ora si vede la figura, ora si vede lo sfondo. In effetti è indifferente da dove partire.

All'analista di scuola, forse, è più facile partire da considerazioni etiche. Se si adotta una qualunque morale superegoica, automaticamente categorica (per esempio, la morale lacaniana del non cedere sul desiderio), il legame sociale che ne risulta è necessariamente di tipo identificatorio. Ti identifichi al tratto in base al quale sei riconosciuto dall'altro come appartenente a una determinata comunità (psicanalitica, per esempio). Quel tratto, al tempo stesso, diventa la bussola del tuo comportamento morale. Un esempio particolarmente illuminante è quello dell'appartenenza a una comunità ortodossa. Se ti identifichi al significante "significante", sarai riconosciuto come appartenente a una delle tante comunità psicanalitiche lacaniane, le quali hanno come comandamento morale "ideale" il non cedere sul desiderio. In effetti, non hai scampo. Il significante è originariamente superegoico. Comanda. In particolare, comanda anche il comportamento morale.

L'identificazione al significante è sempre identificazione al significante dell'altro, quindi, insieme all'appartenenza, produce alienazione, tuttavia regolarmente misconosciuta come tale. Nella comunicazione al Congresso tenutosi al Palazzo delle Stelline di Milano, il 2 febbraio 2002, argomento che il legame identificatorio è potenzialmente fascista. Si fonda sul motto comune a ogni ortodossia:

Credere, obbedire, combattere.

(Cfr. il mio "Pensiamo, dunque sono". Note sul legame sociale epistemico, in Il legame sociale tra psicanalisti, Atti a cura di M.V. Lodovichi e A. Sciacchitano, ETS, Pisa 2003. pp. 199-226.)

Nel caso della psicanalisi si crede nella dottrina della scuola, a cui si è deciso di appartenere, addirittura prima di cominciare l'analisi personale – decisione che l'analisi personale non smonta, essendo effettuata all'interno della scuola. Si obbedisce alla dottrina, applicandola ai pazienti. Si combatte per la dottrina della propria scuola contro le dottrine rivali. (In piccolo la morale dottrinaria delle scuole di psicanalisi realizza la scuola etica, come in grande il fascismo realizzava lo Stato etico). Ai tempi in cui c'era Lui vigeva il motto "Libro e moschetto, fascista perfetto". Una massima appena un po' più generale e meno militarista rovescerebbe il motto cartesiano

"Penso, dunque sono"

nel simmetrico, trasformandolo da epistemico in ontologico:

"Siamo, dunque penso".

Siamo, perché siamo identificati all'Uno, che ha fondato l'istituzione. Pertanto, se vuole appartenere all'istituzione "unaria", ciascuno di noi è autorizzato a – no, deve! – pensare in conformità alla volontà dell'Uno, che ha generato la dottrina istituzionale ortodossa.

Ai rapporti tra dottrina e appartenenza si applica la seguente breve analisi.

Agli ortodossi non interessa il valore di verità della dottrina. La dottrina può essere qualunque. Agli ortodossi interessa solo che:
1) sia stabile;
2) funga da legante sociale.

Nel caso dell’ortodossia lacaniana è evidente l’indifferenza dei lacaniani ortodossi per la verità della loro dottrina, "che amano più di se stessi". Racconto in proposito una triste storia di miseria intellettuale.

Lacan ha inventato una discutibile teoria sull’etiopatogenesi della psicosi, intendendola come effetto di una causa ben precisa: la fuoclusione (Verwerfung) del significante del Nome del Padre dal registro simbolico. La follia sarebbe un po’ come lo scorbuto. La follia sarebbe dovuta alla carenza del significante paterno come lo scorbuto è dovuto alla carenza di acido ascorbico nella dieta. Si tratta, come si vede, di una teoria eziologica, quindi fondamentalmente medica, quindi non scientifica e non psicanalitica. Importa questo agli allievi? No! Gli allievi hanno imparato bene la lezioncina e parlano a getto continuo di fuorclusione. Nel novembre 2001, al Congresso della Fondation européenne pour la Psychanalyse, tenutosi a Mazara del Vallo, ho sentito Moustapha Safouan parlare di “fuorclusione della mancanza ad essere”. Cosa significa? Nulla. Nell’uso corrente “fuorclusione” non ha né significato né valore di verità. Ha solo valore d’uso e di scambio. Il significante senza significato "fuorclusione" è usato per scambiarsi reciprocamente il riconoscimento. Funziona da parola d’ordine con cui i lacaniani ortodossi si riconoscono tra di loro, durante i riti che confermano l’appartenza alle loro (piccole) comunità: congressi, supervisioni, discussioni “scientifiche”. “Parli di fuorclusione?” “Allora sei dei nostri”, dice il lacaniano doc. In quanto password riconosciuta, il termine “fuorclusione” non può essere espunta dal registro simbolico comune. La “fuorclusione” non va fuorclusa. Si arriva al seguente paradosso. Nel suo ultimo scritto – L’étourdit (1972, in J. Lacan, Autre écrits, Seuil, Paris 2001) – il maestro mette finalmente in dubbio la propria dottrina, che non spiegherebbe la follia di Hölderlin (ivi, p. 466). Con quali effetti sulla dottrina? Nessuno! Chi non metterà mai in dubbio il valore di verità della nozione di fuorclusione sono proprio loro, gli allievi del maestro, che del significante “fuorclusione” non fanno un uso scientifico – in funzione della verità ­– ma strumentale ­­– in funzione dell’appartenenza. La fuorclusione serve a riconoscersi - se non la conosci, sei fuori - e a tale scopo deve permanere indiscussa, vera o falsa che sia. Allora, “lunga vita alla fuorclusione!”.

L'ortodossia ha sempre incendiato libri, acceso roghi e bruciato eretici. Ci sono alternative al terrorismo dell'ortodossia? L'asservimento volontario all'ortodossia, come lo chiamerebbe Etienne De la Boétie (v. La servitude volontaire o Contre l'Un, 1576), è inevitabile?

Credo che si possa evitare, almeno nel caso del discorso psicanalitico, benchè le probabilità non siano favorevoli. La mia non è una fede basata su qualche rivelazione o su qualche imposizione ideologica. E' una scommessa che si basa sulla pratica quotidiana di quel particolare legame sociale che si instaura in analisi.

Particolare, perché? Perché è epistemico. Il legame tra analista e analizzante si fonda su niente: su una congettura che produce altre congetture. La prima congettura che si produce in analisi, anche se non la si esplicita praticamente mai, almeno all'inizio, è generalmente falsa. Tu che entri in analisi supponi che l'analista, da cui ti rechi quattro volte alla settimana, conosca il tuo desiderio inconscio. E' la congettura che inaugura il transfert. La dottrina lacaniana la chiama soggetto supposto sapere. Nonostante sia falsa, produce congetture ragionevolmente vere sullo statuto del tuo desiderio inconscio. Non è un miracolo, ma è l'effetto dell'elaborazione analitica, in questo non diversa dall'elaborazione scientifica, che trae risultati veri a partire da ipotesi di lavoro false o incomplete. In matematica si dimostrano teoremi per assurdo, derivando contraddizioni da proposizioni false, supposte vere. Come in matematica, anche in psicanalisi, l'elaborazione del falso non produce solo effetti di interesse individuale - teoremi di una teoria o ricostruzioni biografiche - ma anche effetti di interesse collettivo - il legame sociale tra analista e analizzante.

Riconosciuto questo, è per me relativamente sorprendente osservare che gli analisti, pur lavorando e guadagnandosi da vivere attraverso l'elaborazione di legami sociali epistemici, quando devono istituire legami sociali tra di loro abbandonino la dimensione epistemica, per regredire in quella identificatoria. Perché mai succede quella che a me sembra una lapalissiana incongruenza? Perché per associarsi gli analisti devono far riferimento a qualche dottrina, garantita da qualche maestro morto e trasmessa da burocrati, cresciuti al suo seguito, intruppandosi in comunità chiuse dove si ripetono sempre gli stessi ritornelli? Perché, proprio loro che lavorano professionalmente a disalienare gli altri, si alienano da se stessi, quando smettono di lavorare? Che lavorino solo per finta?

Sarò ottuso, ma non lo capisco. Gradisco spiegazioni in proposito. Scrivete a .

Secondo me sarebbe enormemente più facile e naturale estendere ai colleghi analisti il legame che instauro con gli analizzanti. Sarebbero legami cartesiani, naturalmente provvisori, debolmente istituzionalizzati, per lo più transferali, ma come il transfert fecondi di elaborazioni psicanalitiche - almeno fino a quando non emerge la faccia transferale della resistenza al sapere. Allora il legame si scioglie e si ricomincia da capo con altri.

Le cose potrebbero andare così. Io butto là una congettura nuova. Per esempio, la mia concezione della pulsione come deformazione di un certo spazio topologico. Ai più sembra una proposta pazzesca, per non dire delirante. Poco male. Con i più che non vogliono saperne della mia congettura non creo alcun legame sociale. E' normale e non ci piango sopra. Per esempio, non creo legami sociali con le scuole, che a priori considerano le mie congetture eresie.

Ma qualcuno abbocca all'esca della falsità, sperando di catturare la carpa della verità. Con costui cominciamo a lavorare alla struttura topologica dello spazio pulsionale, alle deformazioni che vi produce la presenza dell'oggetto, ai riflessi sul corpo ecc. Finché emergono risultati interessanti, stiamo assieme. Dialoghiamo e collaboriamo. Quando la sorgente di sapere si secca, semplicemente non abbiamo più motivo di stare insieme e ci separiamo senza traumi, per andare a tentare altre congetture, altre avventure epistemiche.

Questa mi sembra una convivenza sana – leggera – dove nessuno viene condannato o esaltato per le sue idee. O no? Perché preferire un legame predefinito, che almeno sulla carta non deve decadere mai (ma di fatto decade con le varie eresie psicanalitiche) e che obbliga al commento perpetuo del vangelo prestabilito?

Temo che qualcosa della propria debolezza morale venga a galla nei legami sociali identificatori, ultimamente religiosi, che l'analista produce.

La discussione è aperta.

Offro, perciò, un'esca alla discussione: lo stato delle traduzioni di Freud.

Con mia grande sorpresa, ho dovuto registrare che questo è un problema poco o nulla sentito nelle scuole e nelle associazioni psicanalitiche. Quando quindici anni fa tornai sui banchi di scuola per riattivare la memoria della lingua tedesca appresa da piccolo, immaginavo che sarei stato tempestato di telefonate che mi chiedevano la traduzione di questo o quel passo di Freud, poco chiaro nelle traduzioni ufficiali. Immaginavo di dovermi dedicare a gruppi di studio su questo o quel testo di Freud in originale.

Ebbene, mi sbagliavo grossolanamente.

Non c'è cultura filologica, non c'è passione per i testi originali nelle scuole di psicanalisi. Succede come nella Chiesa Cattolica che per parecchio tempo ha messo all'indice la stessa Bibbia. Non devi leggere la Bibbia, perché te la spiega il prete dal pulpito. Non devi fare l'errore di Lutero, che pretendeva di interpretarla a modo suo. Gli analisti ubbidiscono a questa normativa "romana" implicita in ogni chiesa. Curioso, no?

La mia proposta di istituire legami sociali epistemici potrebbe partire proprio da lì: dalla lettura del testo originale di Freud.

Ne ho parlato alla giornata di studio del 20 ottobre 2007, organizzata dal Centro di Documentazione in Storia della Psichiatria, intitolata alle "Scritture Freudiane. Traduzioni, tradizioni, trasmissioni e tradimenti delle opere di Sigmund Freud".

A partire dal titolo canettiano, "Salviamo la lingua di Freud" ho sostenuto la tesi (la congettura) che una riformulazione delle traduzioni di Freud può avvenire solo dismettendo l'abito dottrinario, con cui abitualmente si tratta il freudismo, e vestendo i panni della scienza. La mossa non sarebbe solo scientifica, ma anche politica. Inaugurerebbe una nuova pratica della dottrina freudiana, una pratica meno sacralizzata, quindi una nuova politica della psicanalisi.

Oggi mi rendo conto che la proposta è semplice da enunciare, ma difficile da attuare. Deve perforare strati massicci di conformismo, consolidati da decenni di pratica professionale standardizzata. Quale professionista della psicanalisi se la sentirebbe di buttare a mare quel che ha imparato nelle scuole freudiane e che gli è costato migliaia di euro, in cambio di una revisione aleatoria del proprio sapere? In nome della scienza? E' chieder troppo. Ogni scuola ha il proprio catechismo. Dove l'aspetto catechistico prevale su quello scientifico, ma questo va bene a tutti. Gli ortodossi leggono il loro catechismo, per difendere Freud; gli junghiani il loro, per attaccarlo; i lacaniani adottano il loro, per fare di Freud un filosofo. Ma - mi chiedo - non è possibile leggere Freud e basta? Magari, per buttarne via una parte e per conservarne ma, soprattutto, svilupparne un'altra? Questo è quel che propongo dalle pagine di questo sito. Sono un illuso? No, sono un freudiano. La dottrina freudiana, se è vera, può essere sviluppata in senso scientifico. Altrimenti, rimarrà così com'è, codificata nella Standard Edition. Roba da museo.

O roba da maghi.

La psicanalisi freudiana non è una scienza ma una dottrina – vado ripetendo in questo sito.
Ma quale dottrina?

La psicanalisi freudiana è una dottrina magica, che presuppone forze occulte, le pulsioni, su cui agirebbe il mago-psicanalista con le sue formule ritualistiche. La magia è una forma di inganno sociale molto antica, coeva e concorrenziale alla religione. La psicanalisi freudiana, o meglio la sua metapsicologia, è una forma di inganno sociale molto recente. Presuppone l’esistenza della scienza moderna. L’inganno freudiano consiste nell’anteporre alla scienza moderna una dottrina prescientifica, sotto forma di magia eziologica.

E' inevitabile questo "movimento psicanalitico"?

La pura logica suggerirebbe di no. La sola intelligenza dovrebbe bastare a svelare l'inganno dottrinario. Non dovrebbe essere difficile comprendere che con la sua pratica di cura la psicanalisi sarebbe favorita dall’istituire un legame sociale epistemico tra analisti e analizzanti. Invece, grazie alle dottrine scolastiche – ogni scuola ha la propria – nelle istituzioni psicanalitiche si istituisce regolarmente un legame identificatorio all’ipse dixit.
Capisco, allora, la resistenza alla scienza dei miei colleghi. La scienza, che non soffre di identificazioni all’ipse dixit, smantellerebbe il legame identificatorio, su cui si basa la convivenza professionale. Invece, pur di conservare il depositum fidei insieme al conto in banca, gli ortodossi chiudono le porte alla scienza; dicono che fuorclude il soggetto. È un vero e proprio “meccanismo di difesa”.
Ma c’è di peggio.
La pratica della conferma dottrinaria è destinata a celare le contraddizioni implicite nella dottrina. Se la dottrina contiene A e la pratica conferma A, va tutto bene, perché si è confermata la dottrina (apparentemente); se la dottrina contiene non A e la pratica conferma non A, va ancora tutto bene, perché si è confermata la dottrina una seconda volta (ancora apparentemente); il doppio successo significa che in realtà si è confermata la contraddizione A et non A. A pezzi e bocconi la dottrina viene sempre confermata in toto, contraddizioni e sciocchezze comprese.
Questa della “totalità” e della “completezza” è il vizio di fondo di ogni dottrinarismo. Si conserva tutto; anche le sciocchezze e le contraddizioni del maestro vengono venerate come reliquie di un santo, nel timore che far cadere una briciola del castello dottrinario porti al suo crollo.
Il timore non è infondato, tuttavia. Infatti, la dottrina si accresce di solito per acquisizioni successive, dovute all’intuizione del maestro fondatore, il quale non si preoccupa in generale della coerenza del proprio sistema, essendo impegnato a mettere insieme una scuola di adepti, che bevono tutto quel che lui dice. Ogni dottrina è, allora, regolarmente destinata a diventare contraddittoria.

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