LA PSICANALISI SECONDO
SCIACCHITANO


"TU PUOI SAPERE SENZA COGNIZIONE DI CAUSA"

creata il 4 maggio 2009 aggiornata il 22 giugno 2011

 

 

Ein Phänomen konstatieren, läßt natürlich sofort die Frage nach seiner Verursachung entstehen.

Constatare un fenomeno, fa subito nascere la questione della sua causa. Sigmund Freud, Lettera a Romain Rolland (1936)

Sviluppando la nozione di mana, Hubert e io abbiamo creduto di trovare non solo il fondamento arcaico della magia, ma anche la forma più generale e probabilmente più primitiva della nozione di causa. Marcell Mauss, Il soggetto: la persona (1938)

C'est la cause: la cause non pas catégorie de la logique, mais en causant tout l'effet. La vérité comme cause, allez-vous, psychanalystes, refuser d'en assumer la question, quand c'est de là que s'est levée votre carrière? Jacques Lacan, La science et la vérité (1965).

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Sei in “Eziologia

Provieni da una pagina dove si polemizza contro il principio di ragion sufficiente, il criterio eziologico e l’uso improprio della nozione di causa, come quello citato nel terzo esergo, che pone in equazione verità e causa.

Questa è una pagina di servizio, funzionale all’idolo polemico del dott. Sciacchitano: la causa. Al di là della polemica il dottore tenta di precisare in che senso la psicanalisi, se intesa come scienza dell’ignoranza, porta a indebolire la nozione di causa.
In via preliminare si rimanda ai documenti raccolti in questo sito sull’argomento, soprattutto in relazione all'eziologismo freudiano, che va dalla scena sessuale infantile al trauma, percorrendo la via tortuosa delle associazioni libere. Per semplicità i riferimenti alla nozione di causa sono suddivisi in

pro
contro
Un apparato antiscientifico

Una pagina più propositiva della presente si trova al seguente indirizzo:

Che cos'è il meccanicismo?

dove non mi limito a criticare la nozione di causa, ma propongo una nozione alternativa: quella di

modello con simmetrie.

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“Ma questo è irrealistico!”

Con questa sentenza perentoria una mia paziente liquida la costruzione, che le propongo dopo una distillazione analitica lunga dieci anni. Basta la formuletta delle resistenze all’analisi, per consolare l’analista incompreso e tenerlo fermo nella sua costruzione “sbagliata”?

(Puoi approfondire il tema nel mio saggio, di prossima pubblicazione in Germania, dal titolo

Le interpretazioni mancate o Fehldeutungen).

La paziente emette la propria sentenza di condanna seduta sul lettino, nel consueto atteggiamento oppositivo di sfida al rituale analitico. Ma ha ragione lei. La costruzione è veramente irrealistica, praticamente delirante, come ben sapeva Freud (1). Perché la signora dovrebbe accettarla? Tutto nel suo mondo della vita, ovviamente deformato dal di lei fantasma, va contro di essa. Per convincerla basterebbe tentare di farle capire che il rifiuto della costruzione fa parte integrante della costruzione? Ovviamente, no.

Restio come sono all’esposizione di casi clinici, di solito raccontati al fine di confermare una dottrina o dimostrare la propria ortodossia all'interno di qualche rito di appartenenza (seminari, congressi, pubblicazione su riviste di scuola), mi sento qui forzato a fornire pochi e schematici cenni relativi al caso che cito, per illustrare un tratto caratteristico della volontà d’ignoranza: la resistenza alla scienza.

Il caso è comune: una giovane donna fissata all’Uno come tante. L’Uno primordiale è il Padre, sotto il cui sguardo la figlia è cresciuta. L’Uno secondario è una sorta di dongiovanni, che non le offre l’amore esclusivo che lei pretende, cioè pari al suo: semplicemente incondizionato. (Si rilegga il fantastico aforisma 363 della Gaia Scienza). Anche la costruzione è banale. Solo la resistenza all’analisi dell’analista ha fatto sì che arrivasse a concepirla ben dieci anni dopo l’inizio dell’analisi, per altro finalizzata alla prevenzione di propositi suicidari per l’amore infelice. Semplicemente, l’Uno secondario è la fotocopia dell’Uno primordiale rimosso (ritorno e fissazione del rimosso). In termini freudiani ancora più espliciti, la vicenda si riconduce all’identificazione isterica della bambina alla madre: Hai voluto essere la madre; ora lo sei, se non altro nella sofferenza (2).

“Ma questo è irrealistico!”

Infatti, la donna in questione non ha oggi più alcun interesse per il padre, morto dieci anni fa. (3). Inoltre, tra i fratelli, era la preferita dal padre, il quale sorvegliava a che ora la figlia tornava a casa la sera. “Doveva essere geloso, povero”, racconta con compatimento. “Se tornavo a casa tardi, magari perché mi fermavo sotto casa a chiacchierare, ero una puttana”. Un cliché. La costruzione analitica è chiaramente irrealistica. Un padre, per il quale la figlia non nutre interesse e che addirittura non stima, non può realisticamente “causare” la scelta di un oggetto d’amore esclusivo. Hai voglia di spiegarle la differenza tra reale e immaginario, tra Padre Ideale e padre reale. Alla resistenza, cioè alla volontà di ignoranza, non si comanda. Naturalmente, non ho tentato l’indottrinamento lacaniano. La mia strategia di aggiramento della resistenza è un’altra, sicuramente più lunga e meno diretta dell’indottrinamento, ma con qualche probabilità di essere definitiva.
Non mi chiedo a cosa serva alla paziente il proprio fantasma. Questo è parzialmente evidente anche a lei. È evidente che serve a mutuare dall’Uno la propria identità (“Io sono quel che sono perché amo Lui più di mia madre”). Meno evidente – “ma questo è banale!” – che serva a fondare il desiderio come insoddisfatto, alla moda di ogni isteria che si rispetti. (“Lui – il numero due – è talmente stronzo che non esaudirà mai il mio desiderio”). È chiaro che un attacco diretto al fantasma sarà rintuzzato – e con successo – da ogni genere di considerazioni realistiche. Giustamente Laca considera il fantasma un pezzo di realtà atto a coprire un Reale ben più insopportabile. Non si smonta un fantasma o un delirio con considerazioni realistiche. Mi chiedo allora: “Che cosa oppone la paziente alla costruzione delirante del suo supposto analista?” La risposta è semplice: il vecchio e ben noto criterio eziologico. Se c’è un effetto deve esserci una causa, primo. Secondo, la causa deve essere adeguata all’effetto. La realtà realistica è eziologica. La costruzione delirante sarebbe realistica in un’altra realtà – sembra dire la paziente – che esiste solo nella zucca dell’analista. Giusto. In una realtà come quella analitica non vige il determinismo eziologico. Detto più semplicemente, il passato non determina realmente il presente – lo sovradetermina simbolicamente, secondo Freud.
A questo punto anche chi mi legge deve fare un giro piuttosto lungo, per comprendere quel che intendo dire, senza sbarazzarsi del discorso che sto per fare con un giudizio frettoloso di “non freudiano”. Il giro, che tento di abbreviare al massimo, potrebbe essere il seguente.

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“Non sono sempre stato psicanalista. Come ad altri neuropatologi, anche a me hanno insegnato a formulare diagnosi locali e prognosi elettriche. Perciò mi colpisce profondamente che le storie cliniche che vado scrivendo si leggano come novelle, per così dire, prive del marchio serio della scientificità. Per consolarmi mi dico che in questo caso, prima che sulla mia predilezione per le novelle, la responsabilità va fatta ricadere sulla natura dell’oggetto. Diagnosi locale e reazioni elettriche non hanno corso nello studio dell’isteria, mentre una dettagliata rappresentazione dei processi psichici, come di solito ci si aspetta dagli scrittori, mi consente di ottenere una buona comprensione dello svolgersi dell’isteria, applicando solo poche formule psicologiche” (4).
In questo sito sono, talvolta duramente, critico nei confronti di Freud, tanto da passare per antifreudiano. In realtà, il mio sforzo di salvare la scientificità di Freud mi porta talvolta ad applicare Freud contro se stesso, rischiando di passare per uno dei suoi detrattori. Ma tant’è, per la "causa freudiana" il lavoro va fatto e lo
faccio.

Come molti intellettuali del suo e del nostro tempo, Freud riteneva che la medicina fosse una scienza – la scienza della diagnosi, della prognosi e della cura individuali. Pertanto basterebbe non formulare diagnosi locali o non eseguire prognosi elettriche, per uscire dalla medicina, pur restando nella scienza. Questo è un errore fatale e purtroppo comune. (5) La medicina non è scienza, ma non perché faccia diagnosi e prognosi e qualche volta curi. La medicina non è scienza perché nella pratica clinica usa sì materiale scientifico, ma con criteri non scientifici, in primis il criterio di causa ed effetto. Si fonda, cioè, sul principio di ragion sufficiente ­– nella fattispecie sull’azione dell’agente patogeno nel causare la malattia e i suoi sintomi. La medicina non è e non sarà mai una scienza, perché nella scienza si sospendono le cause, non solo quelle efficienti (vedi Galilei e il moto inerziale senza motore) ma soprattutto quelle finali (vedi Darwin e l’evoluzione biologica senza disegno intelligente). Conservare l’eziologia, vuol dire perdere la scienza. È quel che capitò a Freud. Freud smette di essere scientifico quando scrive l’Eziologia dell’isteria (1896), dove equipara la funzione eziologica delle scene sessuali infantili nell’isteria all’azione del bacillo di Koch nella tubercolosi. Il mio giudizio è più drastico e meno personale di quello di Grünbaum. Non mi limito a dire che Freud non applica correttamente i criteri eziologici. Affermo che Freud cessa di essere scientifico appena li convoca. Che li usi correttamente o no, è secondario. La nuova scienza (die junge Wissenschaft) di Freud nasce con una deformazione congenita: è poco scientifica e molto medica, perché ha impianto eziologico (6).
A questo punto siamo ancora nella pars destruens del freudismo. Tolta di mezzo la pretesa eziologica, resta da imbastire la pars construens, che salvi i principi scientifici del freudismo, che ci sono e sono forti: l’inconscio, inteso come sapere che non si sa di sapere ancora e la Nachträglichkeit della “causalità psichica”, che a posteriori attribuisce una presunta causalità a eventi antecedenti della storia soggettiva, che in realtà erano o spontanei o dovuti a cause del tutto diverse da quelle immaginate.
Vedi il caso tipico dell’angoscia, il sentimento che secondo Lacan non inganna. Invece inganna. Nella memoria filogenetica esistono le tracce dell’esperienza di paura. Sono state selezionate durante l’evoluzione. La paura serve alla gazzella per sopravvivere con una certa probabilità agli attacchi del leone. Ma ontogeneticamente le tracce di quella paura sono per lo più falsamente associate a un qualunque altro pericolo successivo, reale o immaginario che sia. Per Freud erano il segnale del pericolo che temeva di più: quello per il suo pisello. Naturalmente, fu solo un inganno della Nachträglichkeit, poi codificato come sviluppo normale dalla dottrina freudiana del complesso edipico. Ma quel che la dottrina non si chiedeva – ogni dottrina è fatta per non porsi domande, o meglio per rispondere a certe domande, trascurando tutte le altre – è perché mai un inganno diventi un’esperienza tanto importante per il soggetto da costituire il baricentro della soggettività. Cosa non vuole sapere il soggetto con la falsa associazione?
Esiste forse un valore del falso? Come lo si tratta? Provo a prendere una via collaterale, che a me ha aperto l’intelligenza.

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Il problema dei casi clinici che si leggono come novelle, segnalato da Freud 25 lustri fa, non è specifico della psicanalisi. Freud non poteva saperlo, ma nel secolo scorso lo stesso problema si è ripresentato in scienze più “dure” della psicanalisi. Anche in quel caso la latente dimensione narrativa segnalava l’involontaria immistione nella ricerca oggettiva della componente soggettiva del ricercatore. Come esiste l'umorismo involontario, esiste la soggettivazione non voluta o preterintenzionale. A cosa sto pensando?

Penso alla paleoantropologia, cioè allo studio dell’origine dell’uomo attraverso i fossili.

All’inizio degli anni Settanta del secolo scorso, prima che in paleoantropologia prendessero piede gli studi di biochimica e di paleogenetica, una giovane ricercatrice della Yale University, allieva di un antropologo molto critico, David Pilbeam, si inserì nel dibattito sulle origini dell’uomo con una tesi provocatoria. Misia Landau sosteneva che le produzioni scientifiche dei grandi antropologi degli anni Venti e Trenta – in America gli Osborn, Gregory e Jones Wood, in Gran Bretagna i diversi Sir: Sir Keith, Sir Elliot Smith, Sir Smith Woodward, per non parlare del loro eterodosso allievo Raymond Dart – erano bei romanzi. Loro immaginavano di scrivere articoli scientifici seri e oggettivi su reperti fossilizzati di ominoidi o ominidi. In realtà, senza volerlo, interpretando quei reperti, costruivano novelle, che proiettavano sulla pratica accademica le loro problematiche personali. In base a schematismi strutturali inconsci, analizzati da Vladimir Propp nel suo classico Morfologia della fiaba, i loro articoli scientifici si potevano leggere come novelle.

Nella fattispecie le favole involontariamente narrate dai primi paleoantropologi con le loro interpretazioni - l'interpretazione è sempre una "picciola favola" secondo Vico - si inseriscono nel ciclo del mito dell’eroe. Schematicamente, si racconta che un antico primate scese dagli alberi sulla terra (prima fase). Acquisì il bipedismo (seconda fase). Evolvette un cervello sempre più grande (terza fase) e finalmente produsse la strumentazione della civiltà, linguaggio compreso (quarta fase). Ci sono tante varianti del mito, che combinano con pesi e tempistiche differenti le quattro fasi e che nell’insieme formano un genere letterario: l’antropopaleontologia (7).
A questo proposito non va dimenticato che l’approccio novellistico è indifeso rispetto a qualunque proposito di falsificazione e/o tentativo di contraffazione. E' facile a una favola prendere il posto di un'altra. In paleoantropologia lo dimostra il famoso caso dell’uomo di Piltdown, in Inghilterra. Un fossile artificiale con neurocranio umano e mandibola di orango, composto, trattato chimicamente in modo che sembrasse vero e sotterrato da qualche antropologo burlone, offriva ai canuti accademici, che lo ritrovarono nel 1912, l’esatto “anello mancante”, che tutti volevano vedere nella filogenesi dell’uomo. Una brutta storia durata fino agli anni Cinquanta. Bisogna riconoscere che la giovane scienza psicanalitica incappò in un’analoga disavventura ai tempi del dibattito sulla realtà delle scene sessuali infantili. Bisognava credere alle storielle isteriche di seduzione o erano solo fantasmi?
Dalla letteratura e dai suoi inganni non si scappa, allora, quando si ha a che fare con l’uomo? Perché – si dice – l’uomo non è un oggetto facilmente quantificabile e rigorosamente controllabile con strumenti scientifici? Questo lo credeva anche Freud e prima di lui gli umanisti ottocenteschi, capofila Dilthey, l’inventore delle cosiddette scienze umane. Certo è che l'interpretazione di dati di osservazione, in un certo senso spontanei, non inquadrati in un disegno sperimentale precostituito e probabilmente selezionati in modi ignoti, apre la porta alle interpretazioni più diverse, per non dire arbitrarie. Vale per le teorie scientifiche forti, e a maggior ragione per quelle deboli, il fatto di essere sottodeterminate rispetto ai dati. Tante teorie sono compatibili con lo stesso insieme di dati. Ciò fa spazio alle novelle. Come uscirne?

La situazione è più difficile di quel che credeva Freud e tuttora credono gli umanisti dei nostri giorni. Loro pensavano di cavarsela fissando criteri rigorosi di interpretazione. Peccato che non basti. Ma la situazione è anche paradossalmente più facile. Basta un semplice cambiamento di ottica epistemologica e tutto diventa improvvisamente chiaro. Una scienza dell’uomo è alla nostra portata. Basta poco. Basta non incaponirsi a mettere l’uomo al centro del discorso, magari per dire che non deve stare al centro. Non basta dire che “l’Io non è padrone a casa propria”, come Freud. Occorre vedere le cose in modo diverso, riformare l’intelletto, diceva Spinoza.
Ma il cambiamento di prospettiva epistemologica non fu merito di Freud, che in un certo senso, come il suo Mosè, rimase al di qua della terra promessa scientifica, intravedendola solo da lontano. Il bilancio consuntivo dell’operazione freudiana è, tuttavia, positivo e univoco: meglio gli imbrogli della novellistica che le discutibili certezze dell’eziologia. Con i favolosi contributi di Totem e tabù e dell'Uomo Mosé e il monoteismo la novellistica prelude a una possibile scienza (del padre?), una volta smascherati i trucchi e gli effetti speciali del genere letterario; l'eziologia, invece, resta per sempre scientificamente sterile.
In questo sito sviluppo la congettura che la psicanalisi freudiana, non diversamente dall’evoluzionismo darwiniano e dalla paleoantropologia secondo Landau, abbia sofferto e tuttora soffra del travaglio della transizione dal modo antico di fare scienza al modo moderno. Le storture prescientifiche della psicanalisi freudiana sono semplicemente i segni di quanto sia stato difficile per Freud evolvere dall’antica scienza aristotelica alla nuova scienza galileiana, posto che neppure lo schematismo galileiano del libro della natura, scritto in caratteri matematici, lo facilitava, non rappresentando la cornice adeguata per la tela tessuta dalla junge Wissenschaft (8).
In questa pagina del sito sviluppo ulteriormente la suddetta congettura, ipotizzando che la difficoltà del passaggio dalla scienza antica alla moderna dipenda sostanzialmente da come si considera il fattore tempo e lo si convoca nel discorso scientifico. Mi spiego.

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Considerata secondo l’epistemologia più accreditata della classicità, cioè l'aristotelica, la scienza antica è sostanzialmente storica, cioè è scrittura del tempo dell’uomo. Erodoto e Tucidide furono i primi scienziati. Questa concezione non viene meno nell’epoca moderna, ma trasloca. Passa dal discorso scientifico a quello filosofico. Il modo più maturo e tipico della filosofia di considerare il fattore tempo è sotto forma di storicismo in filosofia idealistica. La ragione strutturale del “trasloco” della temporalità dalla scienza alla filosofia è che nella nuova scienza galileiana non sembra esserci spazio per il tempo dell’uomo, strutturalmente più ricco di inversioni dialettiche del tempo omogeneo e lineare del punto mobile che percorre una geodetica. La nascita dell’evoluzionismo darwiniano e soprattutto della psicanalisi freudiana testimoniano la possibilità, non remota ma neppure scontata, di far rientrare il fattore tempo nel discorso propriamente scientifico. Con Darwin (e Lyell) il discorso scientifico si apre al tempo profondo dell’evoluzione biologica, misurato in milioni di anni. Con Freud la scienza comincia a intravedere il tempo soggettivo del venire a sapere… quel che si sa già. Certo, Darwin e Freud commisero errori comprensibili: Darwin con il gradualismo, Freud con l’eziologismo. Vanno capiti per questo, non condannati né giustificati. Il compito che si assunsero conteneva difficoltà gigantesche. A noi in gran parte sfugge l’entità del loro sforzo. Che vale la pena di continuare a perfezionare, cominciando dal mettere il discorso di questi giganti del pensiero sui binari giusti. Ma una volta scelto il binario giusto, bisogna accertarsi che il treno vada avanti e non torni indietro alla scienza aristotelica.

Per quanto riguarda Freud, il pericolo della regressione non è stato solo potenziale. La regressione c’è stata, è stata reale e ha avuto effetti sulla forma assunta dalla teoria psicanalitica e, in pratica, dal legame sociale tra analisti. In questo sito denuncio la regressione di Freud all’eziologismo medicale. Nonostante le dichiarazioni in contrario, Freud non ha mai cessato di essere profondamente medico. Le cause aristoteliche-ippocratiche sono onnipresenti nella metapsicologia freudiana. La pulsione, concetto chiave della dottrina freudiana, è al tempo stesso causa efficiente – motore della vita psichica – a livello delle pulsioni sessuali e causa finale, nel senso mortifero del termine, a livello delle pulsioni di morte. Ma l’eziologismo è una sorta di fossile della scienza antica, che la giovane scienza psicanalitica si ritrova tra le mani e pretende di rivitalizzare. Invece, bisogna capire che l’eziologismo è morto. Hume ha potuto seppellirlo nel XVIII secolo solo perché in epoca moderna il tempo non è più quello scandito dall’antecedenza della causa sull’effetto, del dover essere sull’essere (9). In termini moderni, l’eziologismo è un modo improprio di trattare il tempo soggettivo, che in questo sito chiamo tempo epistemico.

Perché tempo epistemico?
Perché è il tempo del sapere. Il tempo di sapere è la cornice entro la quale rientrano tanto la meditazione epistemologica cartesiana sul dubbio quanto le speculazioni di Galilei sui modelli del moto nonché le fantasie dei moderni romanzieri. Sì, i romanzieri - ho detto bene. Si dimentica facilmente, infatti, che il romanzo è un’invenzione moderna, praticamente coevo della scienza galileiana. Con un’unica eccezione di rilievo, l’Odissea, l’antichità non conobbe il genere letterario romanzesco, come non conobbe la scienza "innaturale" della caduta dei gravi, la cui accelerazione non è proporzionale alla distanza percorsa, come credevano gli aristotelici, ma al tempo. Sono i Rabelais, i Cervantes, gli Shakespeare, perfino Lutero, traduttore della Bibbia, a inventare il moderno genere letterario romanzesco, dove l’eroe non è più in balia dell’essere, determinato dal Fato, ma del sapere, che non conosce in modo completo e che preme per esprimersi, contrastato magari dall’antico sapere che resiste all’innovazione epocale. Emblematico è il conflitto dei due saperi, vecchio e nuovo, nell’eroe di Cervantes. Ma anche le tragedie shakespeariane sono tragedie del sapere e non più del fato. Amleto vive la vicenda del sapere cosa vuole un padre. Re Lear si arrabatta con il sapere di che sorta di oggetto sia un padre, chiedendolo impropriamente alle figlie. Otello tratta con tutta l’inadeguatezza del maschio il sapere di cosa vuole una donna - un fazzoletto? Lady Macbeth affronta con tutta la determinazione femminile il sapere di cosa vuole un uomo quando fa politica. Le tragedie di questi eroi evolvono tutte nel tempo epistemico prima che in quello cronologico.

Allora, volendo diventare una scienza del tempo di sapere, cioè del tempo necessario al soggetto per passare da uno stato epistemico di maggiore a uno stato di minore ignoranza, la psicanalisi non trovò ai tempi di Freud niente di meglio che l’escamotage di passare attraverso la letteratura dei casi clinici. In mancanza di meglio, per analizzare la transizione epistemica, il fondatore della giovane scienza dell’ignoranza ritenne opportuno, forse necessario, darsi alla novellistica. Ha dovuto passare o è già passata la psicanalisi attraverso la novellistica? Ecco la domanda giusta. La mia ipotesi è che sia già passata e che i tempi siano maturi per produrre anche in campo psicanalitico qualcosa di più scientifico in senso stretto. Lo segnalano i tentativi abbozzati in questo sito alla pagina della logica, intesa come logica del tempo epistemico. Oggi esistono tante varianti di logica epistemica. Tra le tante, quella che mi sembra più adatta alla psicanalisi, perché meno cognitiva (10), sta sul prolungamento della logica intuizionista di Brouwer. In proposito rimando al mio lavoro Una matematica per la psicanalisi. L'intuizionismo di Brouwer da Cartesio a Lacan (english version).

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Un discorso meno polemico nei confronti del principio di ragion sufficiente, deve considerare due effetti contrari alla psicanalisi, prodotti da tale principio: da una parte l'attaccamento al cognitivismo e dall’altra resistenza alla scienza, quindi alla psicanalisi. La resistenza alla scienza è ormai la specifica resistenza alla psicanalisi da parte dello psicanalista. A sua volta l'attaccamento all'eziologismo è una resistenza all'infinito, essendo quelli di causa e infinito due concetti incompatibili. (Lo afferma Aristotele - Ipse dixit! - in Metafisica, Libro I, Cap. 2.) L'eziologismo è – direbbero gli psicanalisti – un meccanismo di difesa, precisamente una razionalizzazione. In nome della sapienza, fondata sul buon senso aristotelico dello scire per causas, si resiste alla scienza, quindi alla psicanalisi. Lo dico nei miei termini: l'eziologismo realizza la volontà di ignoranza.

La discutibile abilità politica di Freud fu di aver giocato al compromesso con l’eziologismo, inventando una metapsicologia delle pulsioni, fondata sulle cause: la causa efficiente dalla parte delle pulsioni sessuali, la causa finale dalla parte della pulsione di morte. L’aspetto medico di questa teorizzazione – fondata principalmente sul principio di piacere e sul trauma come causa psichica – ha prodotto effetti positivi sul breve periodo, facendo sì che la psicanalisi si vendesse bene sul piano della cura e si affermasse come psicoterapia. Oggi, sul lungo periodo, questa medicalizzazione ha completamente sterilizzato la psicanalisi. L’unica possibilità di rilanciare la psicanalisi è sul piano scientifico, sospendendo il discorso della causa.

Con questo voglio forse dire che dobbiamo dimenticare sempre e comunque il principio eziologico? Che non dobbiamo fare diagnosi e prognosi mediche o che dobbiamo rinunciare alle indagini di polizia sui moventi che hanno indotto un criminale a commettere il crimine? Assolutamente no. Dico solo che il principio eziologico ha i propri precisi contesti – o paesaggi di fitness – dove resta valido. Sono tipici i contesti medici, medico-legali e propriamente storiografici. Aggiungo solo che tali contesti non sono quelli della ricerca scientifica moderna, quella psicanalitica compresa, che non è né medicina né diritto né solo storia. (11).
Qui, secondo me, entra in scena a pieno titolo la matematica, scienza assolutamente non storica e non eziologica sin dalle origini. Non a caso la prima scienza moderna – la fisica galileiana – in nome della matematica si affermò lontano dai paesaggi eziologici. Nella Terza Giornata dei Discorsi e dimostrazioni matematiche intorno a due nuove scienze (1638) Galilei dichiara di aver voluto concepire un modello cinematico (cioè in funzione del tempo) del moto accelerato "qualunque si sia la causa dell'accelerazione". Dopo tutto, già ai tempi della matematica greca, Eucide espunse – fuorcluse, direbbero i lacaniani – la nozione di causa dagli Elementi della propria geometria. Come direbbe Lacan: de la vérité comme cause, Euclide n'en voulait rien savoir (cfr. J. Lacan, "La science et la vérité" (1965), in Ecrits, Seuil, Paris 1966, p. 874.) Grazie a Euclide la fisica divenne una scienza paradossale per i tempi: una scienza, cioè, senza cognizione di causa, imbarazzante per i santi uomini che processarono i Bruno e i Galilei. Prescindendo dalla causa, la fisica galileiana stava diventando una scienza irrealistica, anche secondo la religione della mia paziente. Ma dirò di più. Addirittura già ai tempi di Galilei, per costruire la nuova fisica si avvertiva l’esigenza di una matematica ancora più astratta dell’euclidea e, quindi, ancora più lontana dal regime realistico della causa e dell’effetto. Galilei si sforzò invano di riformare il V libro degli Elementi, un libro in sè matematicamente perfetto ma inadeguato alla nuova fisica. Finalmente verrà il calcolo infinitesimale di Leibniz e Newton a soddisfare le esigenze epistemiche della nuova scienza. Ma perché non pensare, allora, che esista una matematica per la psicanalisi? Una matematica vera - intendo - non impropria e metaforica come la topologeria di Lacan o la bilogica di Matte Blanco. È scientismo questo? No, è normale procedere scientifico per astrazione e generalizzazione, a debita distanza dal realismo codificato dal principio
eziologico.

Concludo con una considerazione concreta che, distinguendo tra scienza antica e moderna potrebbe facilitare la transizione dalla prima alla seconda, essenzialmente nel senso del passaggio da un regime di intelligenza eziologica a un regime libero dai vincoli delle cause.
La scienza antica era conoscenza. Conosceva le essenze delle cose, compito oggi affidato alla filosofia fenomenologica (12). Il principio eziologico garantiva la conoscenza di come le essenze evolvono nel tempo, causando gli effetti che effettivamente causavano, attraverso qualche cervellotica legge del divenire (13).
La scienza moderna non è più conoscenza. (14) Non conosce le essenze delle cose, che ora svaniscono. Intuisce che c'è un'evoluzione, che tuttavia non è il divenire dell'essere. Le essenze si dissolvono nella variabilità dei fenomeni e finiscono in filosofia. La scienza della variabilità esordisce come calcolo delle probabilità, il quale contempla un certo numero di esiti fenomenici diversi in assenza o in ignoranza delle cause – inizialmente i giochi d’azzardo (probabilità epistemica per ignoranza delle cause), attualmente i fenomeni del caos e della complessità (probabilità ontologica per assenza delle cause). Insomma, sfumate le essenze, come svanisce un profumo, siamo passati dal determinismo antico all’indeterminismo moderno. Che piaccia o no agli psicanalisti, anche loro devono tener conto dell’indeterminismo e della variabilità psichica, se vogliono accedere a una psicanalisi scientifica all’altezza dei tempi epistemici.
Ma lo vogliono veramente? O preferiscono restare nel limbo del romanzesco?

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Il discorso antieziologico non ha solo una dimensione teorica e intellettuale di ordine epistemologico. Ha una doppia rilevanza pratica - affettiva, direbbe Freud:

religiosa, come cerco di dimostrare alla pagina sul

Senso di colpa,

e

politica, come cerco di dimostrare alla pagina

Perché la guerra?

Infine, va assunta la prospettiva di poter articolare insieme i due discorsi: quello eziologico e quello logocentrico. L'eziologia è organizzata come un linguaggio. E' un linguaggio di tipo magico (ma alla rovescia) dove gli effetti si collegano metonimicamente alle cause e dove imperversano le metafore e le analogie. Le scene sessuali infantili causano l'isteria come il bacillo di Koch causa la tubercolosi - è la tipica Eziologia dell'isteria, inventata da Freud.

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Note

(1)“Le formazioni deliranti dei malati mi sembrano equivalenti alle costruzioni che costruiamo nel trattamento analitico”. S. Freud, “Konstruktionen in der Analyse” (1937), in Sigmund Freud Gesammelte Werke, vol. XVI, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 55. (Torna su)

(2) Cfr. S. Freud, “Massenpsychologie und Ichanalyse” (1921), in Sigmund Freud Gesammelte Werke, vol. XIII, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 117. (Torna su)

(3) L’analisi può essere una forma larvata di elaborazione del lutto. Nell'analisi l'analizzante ritrova l'oggetto perduto. In questo caso l'analista funziona da terzo rispetto all'Uno primordiale e all'Uno secondario, senza fortunatamente condividere le caratteristiche né del primo né del secondo. (Torna su)

(4) S. Freud, “Studien über Hysterie” (1895), in Sigmund Freud Gesammelte Werke, vol. I, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 227, parafrasi mia. (Torna su)

(5) Ma si legga in proposito il libretto dello storico della medicina Giorgio Cosmacini, La medicina non è una scienza: breve storia delle sue scienze di base, Cortina, Milano 2008. (Torna su)

(6) E' interessante a questo proposito notare come Freud proietti sul paziente i propri tic eziologici di stampo medico. Spiega l’identificazione isterica come “pretesa eziologica” di soffrire per la stessa causa dell’altro o a causa dell’altro. Cfr. S. Freud, “Die Traumdeutung” (1899), in Sigmund Freud Gesammelte Werke, vol. II/III, Fischer, Frankfurt a.M. 1999, p. 156. Per quanto riguarda la medicalizzazione della psicanalisi vedi il mio saggio Tuttobeneverosì. (Torna su)

(7) “Sono giunto a ritenere che molte delle nostre affermazioni sui come e sui perché dell’evoluzione umana dicano altrettanto su noi paleoantropologi e sulla società in cui viviamo che su quanto ‘realmente’ accadde”. (D. Pilbeam, “Rethinking Human Origins”, in Discovery, 13, 1978, p. 9). Evidentemente, la paleoantropologia è una scienza che non fuorclude il soggetto. Per saperne di più rimando al classico Le ossa della discordia. L’enigma dell’origine dell’uomo di Roger Lewin (1987, trad. L. Montixi Comoglio, Bompiani, Milano 1989), ricco di acute osservazioni epistemologiche sul valore del falso e sul vedere solo la verità che si vuole vedere. (Torna su)

(8) Di solito - faccio notare en passant - si fanno considerazioni diverse, di stampo fenomenologico. Freud, scienziato positivista, non sarebbe riuscito a inserire direttamente la psicanalisi nel discorso delle scienze umane a causa della fuorclusione positivistica della soggettività. Ci sarebbe riuscito solo indirettamente attraverso la novellistica. Questo discorso è fallace. Suppone che Freud sia stato scienziato, invece fu solo medico. Molti medici scrivono novelle per hobby. (Torna su)

(9) Segnalo un tournant dangereux, come lo chiama Bourbaki. Kant conosceva l’argomento controeziologico di Hume. Tuttavia, per lui il principio di ragion sufficiente sopravviveva. Perché? Perché l’eziologia è una categoria della soggettività. Secondo la sua rivoluzione copernicana, il soggetto conosce del reale quel che egli stesso ci mette dentro di suo. (Torna su)

(10) Le logiche epistemiche cognitive si costruiscono per aggiunta di assiomi epistemici alla logica classica. Le logiche non cognitive, come quella intuizionista, si costruiscono per sottrazione di assiomi dalla logica classica. (Torna su)

(11) Nel movimento psicanalitico, che ormai è diventato un sussulto psicoterapeutico, la resistenza ad ammettere la decadenza del principio di ragion sufficiente è esclusivamente di ordine commerciale. Poiché senza causa non c’è terapia, nel senso di rimozione delle cause del malessere, lo psicanalista scientifico non potrebbe più mettersi sul mercato come psicoterapeuta e rischierebbe di restare disoccupato. (Torna su)

(12) “La fenomenologia è lo studio delle essenze”. M. Merleau-Ponty, La fenomenologia della percezione (1945), trad. A. Bonomi, Il Saggiatore, Milano 1965, p. 15. (Torna su)

(13)Discorso analogo a quello sull’indebolimento eziologico nelle scienze, andrebbe fatto per l’indebolimento della nozione di legge, che nelle scienze non ha più valore di legalità, dovendo trattare per lo più fenomeni spontanei: il moto inerziale, la radioattività, le mutazioni genetiche. (Torna su)

(14) La scienza moderna non è conoscenza perché il suo oggetto - l'infinito - è essenzialmente irriducibile a un concetto. In gergo si dice che è non categorico. Non significa che è irrappresentabile, ma che dell'infinito si danno molte - troppe - rappresentazioni tra loro non equivalenti. Non esiste l'ortodossia dell'infinito, perciò questo oggetto fa orrore alle masse e ai padroni che vogliono unificarle sotto uno slogan. Piero Citati giustamente parla di Malattia dell'infinito (Mondadori, Milano 2008), per introdurre alla letteratura del Novecento. Antonello Sciacchitano parla di "unfinito". (Torna su)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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